Una mulignana nocerina da “Principe” indossa il “Panama”

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di Maria Pepe

Il glamour dichiarato patrimonio dell’umanità. Simbolo di stile ed eleganza. Non importa dove ci si trovi, a passeggiare per le assolate strade di una capitale, in spiaggia, sul lungo mare o sotto un portico a leggere un libro, qualunque cosa si faccia in una soleggiata giornata d’estate non la si può fare senza avere in testa… “un Panama”.

Cappello simbolo di scrittori, intellettuali e potenti del mondo, portato alla storia da Roosvelt ed Hemingway, il Panama, fatto interamente a mano, nella lontana terra dell’Ecuador, attraverso l’intreccio di paglia Toquilla, ricavata dalle foglie di una palma nana, gira per il mondo e si posa sulle teste di uomini e donne di buon gusto.

Paglia chiara, falda larga, tela nera che ne cinge il diametro, la classica versione, quella che ha fatto e fa storia, quella a cui da quest’estate si affianca una versione tutta nostrana, una versione “nocerina”. L’ispirazione nasce da un capolavoro della “Famiglia Principe 1968”, la “mulignana Nocerina”, un piatto che… dalla gola ti si… “mette in testa”!

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Una versione che stravolge i canoni basici del must have, cappello color melanzana, dall’intreccio di quest’ultima precedentemente scavata e cotto in forno, falda bianca, esattamente il colore della stracciata di fior di latte, il tutto ornato da una fascia di tela dal fondo chiaro screziato da fantasie astratte che vanno dal color nocciola al peperoncino. Una ricetta, un bozzetto, una ricercatezza che un buon intenditore non può e non deve farsi scappare.

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Seta e cotone per il mallone della “Pignata”

di Maria Pepe

f8jbhcFilato misto, seta e cotone, in una vasta gamma melange delle tonalità del verde, si intreccia e subisce una torsione, attraverso i ferri da maglia. I ferri si incrociano e dal filato viene fuori un minidress, dal collo morbido e a barca e dalle maniche a campana. Vivace, semplice ma prezioso, fortemente tradizionale, un capo che trae la sua ispirazione dalle erbe selvatiche di montagna, pane di grano duro e patate, la ricetta è antica, inimitabile e fedelmente riprodotta da Gerardo e Mafalda dell’Osteria la Pignata di Bracigliano.

b3q8rzNasce in montagna e giunge fino al mare. Una moda mare, da out couture che, insieme a una pianella di cuoio e filato greggio, una maxi bag e cappello prendisole, entrambi di paglia, possibilmente in natural color, fa di questo abito corto un passepartout del glamour vacanziero. Un modello esclusivo interamente fatto a mano, figlio di una ricerca certosina e mai stanca, dimostrazione palese che… la vera classe è nella tradizione!

Il latte dei “Savoia” ricorda un candido pigiama d’altri tempi

Bianco latte e, fresco, profumato, soffice, cotone sono gli unici due elementi che compongono il bozzetto a cui la ricetta stavolta conduce… uno shorts senza cuciture, lampo, bottoni. Liscio, dalle gambe larghe, con un taglio rotondo ai bordi, un pantaloncino che ricorda le antiche culotte d’altri tempi.

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L’unica differenza? L’elastico in vita che non costringe, ma crea moda, conferendo un effetto ruches, una maglietta in tinta, “forever white”, dalle maniche a palloncino, lo scollo tondo che si chiude con un delicato bottoncino sul collo, con tanto di asola cucita a mano, un pigiama estivo, fresco che porta la mente in uno di quei film in cui l’ambientazione è una magnifica tenuta, tra il verde, gli antichi casolari, le stalle… un paradiso pieno d’amarcord e anima, lo stesso che si trova nel latte dell’Azienda Agricola di Mara e Francesco Savoia, due ragazzi, due fratelli, che hanno creduto e creato il loro sogno.

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A Rocca Bascerana (Av) allevano mucche “solo di Pezzata Rossa italiana” portando ai palati e al cuore dei gaudenti vere e proprie “gioie di gusto”. Il loro latte a cui l’underwear si ispira è un’esperienza onirica, aromatico in maniera completamente naturale, corposo, ma al contempo leggero, sembra una soffice nuvola su cui adagiarsi prima di andare a letto, con la certezza di fare bianchi e dolci sogni.

Un retaggio Maya con…fondente nel piatto di Vincenzo Del Sorbo

di Maria Pepe

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Garza, shantung, filati di canapa colorati, materiali che ben si prestano all’elemento etnico, all’elemento Maya nello specifico. Alle origini del cioccolato… passando per la sua evoluzione, sino a giungere ai nostri tempi… Tempi in cui una “maglia collana” di garza, a corpo, dalle maniche tre quarti, dal collo stretto e dal taglio rotondo, completamente, nonostante il nero, trasparente, con una sovrapposizione tessuto su tessuto di innumerevoli giri di “perle di canapa” in un ‘alternanza di colori dal nero al marrone ambrato del cioccolato, con punte di rosso e bianco a fare da anello congiungente. Dalla bordatura del collo sino all’addome, che coprono con assoluta maestria il décolleté, in un gioco architettonico del vedo e non vedo, trova il suo completamento in una gonna, di shantung, da gitana del già citato marrone ambrato, ampia, dal vertiginoso spacco inguinale fatta di balze lisce e larghe con lo stesso leggero movimento morbido del punto vita, che permette l’uniformarsi del sopra e del sotto.

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Maglia e gonna si uniscono, dando vita ad un completo che sembra un abito di gala, eleganza, imponenza, intrigo, nel bozzetto fatto di trame d’intreccio di Vincenzo Del Sorbo, chef del ristorante “Pompeo Magno”. Le sue tagliatelle al cacao, con porcini, gallinella e scagliette di pecorino romano, si vestono e svestono per la gran soirée, lo fanno con leggerezza, estro ed assoluta quanto meravigliosa “unconventional elegance”.

I taralli di Giovanna Farina preziosi rubini incastonati

di Maria Pepe

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Una fascia larga ed intrecciata, oro rosa, con l’intero perimetro costellato di rubini incastonati. Scenico, imponente, importante, ma semplice. Un prezioso che trova la sua musa in Giovanna Farina. Disponibile, solare, rassicurante, non poteva che fornire un bozzetto altrettanto valido, che meglio non poteva raccontarla.

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Un anello, un cerchio, simbolo di forza e continuità, le stesse qualità che ogni giorno, ciclicamente, si ripetono all’O’Ca Bistrò, luogo incantato in cui Giovanna, mettendo insieme ingredienti simbolo della nostra tradizione, “cucina gioielli”, i tarallini tipici della nostra Pasqua. Sugna, pepe e mandorle brillano tra i suoi piatti e sulle nostre dita. Un “comfort food” per un “comfort jewerly” romantico… ma dal sapore piccante…

 

L’accessorio giusto per il cupcake alternativo di Philly D’Uva

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Un bracciale rigido dall’ampio diametro, completamente fatto d’avorio, sulle bordature finiture di oro lucido. L’oro inserito con la tecnica della fusione fredda è presente sulla sua superficie esterna con intagli di linee curve ed ondeggianti. Un monile di tutto rispetto che cinge il braccio e cattura la vista. Il cupcake di Philly D’Uva, il “dolce” che si mangia per “primo”, il primo che si veste da “dolce”. Comunque lo si definisca, il finger salato dal cuore di provola e la copertura di pasta lunga,

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resta un gioiello che interpreta con classe e raffinatezza gli echi etnici della tradizione popolare, espressione d’appartenenza e di forte sentimento identitario che si incontra, ma non si contamina, con gli usi e i costumi di diverse tradizioni. Un cupcake salato, un bracciale d’impatto, il binomio di ricette e bozzetti di questa settimana, un binomio fondato su etnie e identità differenti, ma non “indifferenti”. Una creazione di avorio e oro che non poteva che essere realizzato da Philly, la cuoca “orafa” a “domicilio del mondo”.

Foto Nicola Attianese